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UN RICORDO AL FUTURO / LEZ. 3: DIMENTICARE LA MUSICA

Ammetto che il titolo della terza conferenza delle Lezioni Americane di Berio in primo luogo mi aveva stupita: Dimenticare la musica. Perché mai?! Dopo tutto lo sforzo per far entrare nella mia testolina una moltitudine di informazioni, per quale motivo dovrei dimenticarle?
Ma la testolina di Berio non era “ina” per niente, quindi mi sono fidata e ho iniziato a leggere.

“Ci sono mille modi di dimenticare la musica e a me interessano i modi attivi i dimenticarla […]”

Esordisce così in apertura [eh sì, ok, non è che mi sia sentita proprio rassicurata o compresa nei miei dubbi].
Poco dopo, però, inizia a strutturarsi il discorso: ci si focalizza sulla tendenza di chi ascolta a usare il passato come un bene di consumo musicale. Il passato è una risorsa a cui aggrapparsi, e fin qui non c’è nulla di strano; ma quando la conservazione del passato è una tendenza positiva e quando, invece, è negativa?

foto da Pinterest
foto da Pinterest

Berio sottolinea come sia naturale considerare il passato come una presenza rassicurante ma sempre “attiva”, in quanto la musica non è fatta per essere appesa a un chiodo, come fosse una scarpetta da calcio con cui abbiamo vinto il campionato più importante della storia, bensì è sempre in progress, grazie al fatto che continua a essere eseguita. Succede però, che noi donne e uomini forti della vita nel XXI secolo, tra smartphone e tablet, mentre ascoltiamo la musica ricerchiamo istintivamente elementi noti, che risultino famigliari per le nostre orecchie e non ci turbino, ci focalizziamo su quelli senza fare un passo in più, il passo che ci consentirebbe di uscire dalla nostra comfort zone, in cui le nostre aspettative regnano sovrane e siamo sordi di fronte a qualunque sollecitazione. Un po’ come se con l’iphone mandassimo solo sms: funzionerebbe perfettamente, ma quanto ci staremmo perdendo?

Oggi [l’autore tiene queste lezioni nell’anno accademico 1993-94, ma sono ancora così attuali da poter intendere la parola oggi come il tempo che davvero ora stiamo vivendo] abbiamo come la sensazione che i momenti storici avvengano senza una particolare attenzione al decorso cronologico in sé; anche in musica succede lo stesso, per cui spesso il tempo cronologico in cui è nata un’opera può essere in qualche modo messo da parte a seconda delle nostre necessità, così da far diventare il prima e il dopo entità relative. In questo modo è possibile distaccarsi dal divenire musicale, abbandonando la linearità del tempo, in modo da dimenticare o di dare valore differente alle opere musicali.

La musica, un’altra volta, è libera: libera di muoversi come in territori tra passato e futuro e, agendo come una moviola, è possibile concentrarsi sull’oggetto sonoro in sé e per sé. Non si tratta di ignorare la storia, ma di muoversi all’interno di essa. In questo senso, Berio porta come esempio una sua composizione di grande rilievo: Sequenza III per voce.

Come già affermato nella prima parte della conferenza Tradurre la musica [che trovate qui] la voce porta dentro di sé anche tutti i suoi significati, tutto ciò che noi conosciamo dall’esperienza quotidiana, anche al di là del fatto musicale; in Sequenza III entrano in gioco proprio tutti gli stereotipi, i gesti che non vengono comunemente associati alla musica, come ad esempio una risata o un colpo di tosse. Il compositore li inserisce in un loop e li combina a un altro anello, costituito da brevi frammenti di testo. Ciò che ne risulta è un lavoro che non richiama alla memoria la musica vocale così come la conosciamo e, contemporaneamente, non si identifica nel significato del testo che qui non ha autonomia linguistica, non essendo lineare.

“[…] manca anche un riferimento alla vasta e complessa storia di reciproche formalizzazioni nei rapporti fra testo e musica nella nostra cultura. Penso che queste assenze possano essere un invito a un ascolto musicalmente incondizionato e a partecipare allo spettacolo, sempre miracoloso, del suono che diventa senso […]

Berio e Berberian, after concert talk. www.cathyberberian.com
Berio e Berberian, after concert talk.
www.cathyberberian.com

Allora ogni opera musicale, proprio per questa fluidità tra presente e passato, deve poter vivere varie vite, anche contrapposte tra loro; in questo senso Berio critica la visione binaria di Adorno nel suo approccio alle conflittualità creative, vitali per la realizzazione dell’opera stessa, come l’opposizione tra parti e tutto, fra espressione e stile o fra apparenza ed essenza. Adorno – sostiene l’autore – affronta queste opposizioni in rapporto a un’idea di opera musicale sempre e comunque monumentale, sola nel suo essere.

Quello che Adorno non contempla è la possibile complementarietà delle esperienze; in questo senso Berio porta ad esempio Stravinskij e Schoenberg e il loro “neoclassicismo” [nel primo caso chiaro, nel secondo sottaciuto] e li considera come “le due facce, molto diverse, di uno stesso rigoroso viaggio musicale che vuole esorcizzare e al tempo stesso venire a patti con la memoria e con le diversità“.

Ed è proprio riferendosi ad Agon, per orchestra, che conclude l’itinerario neoclassico di Stravinskij, che viene introdotto il concetto di leggerezza, tanto caro a Calvino, che aveva dedicato a questo proprio la prima delle Lezioni Americane che avrebbe dovuto pronunciare proprio dalla stessa cattedra da cui ha fatto lezione anche il nostro Berio. Agon è un lavoro leggero perché, afferma il compositore, comunica in ogni suo sviluppo la sensazione di aver ridotto all’essenziale la sostanza delle eredità musicali, spesso ingombrante.
Allora, condizione essenziale per la leggerezza è capire quand’è il momento di allontanarsi dalle cose e saperle anche dimenticare consapevolmente  [i modi attivi di dimenticare la musica, si diceva in apertura].

[…] Perché, dunque, dimenticare la musica? Perché ci sono mille maniere di dimenticare e tradire la sua storia. Perché creazione implica sempre un certo grado di distruzione e di infedeltà. […]
Perché la consapevolezza del passato non è mai passiva e non vogliamo essere i complici sottomessi di un passato che è sempre con noi, che si nutre di noi e che non finisce mai.


>> l’immagine in apertura è stata scattata da Gisela Bauknecht, è visualizzabile sul sito www.cathyberberian.com  
In foto: Luciano Berio e Cathy Berberian, sua prima moglie e collaboratrice, dedicataria di Sequenza III 

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