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UN RICORDO AL FUTURO / LEZ. 2: TRADURRE LA MUSICA [PARTE SECONDA]

Ci eravamo lasciati, nella prima parte di questa seconda lezione, con la risposta di Berio alla domanda “Cos’è la musica?“; la musica è un Testo, un testo pluridimensionale e in continua evoluzione, conclude il compositore.

Allora, quasi conseguenza di questa riflessione, si inizia a ragionare sui discorsi sulla musica, su se e quanto siano importanti o se l’esperienza musicale in sé li smentisca inevitabilmente.
I discorsi sulla musica sono di fatto una forma di traduzione musicale; servono da tramite tra il suono e il fruitore, specie quando il suono non è familiare [pensiamo, ad esempio, alla musica del Novecento che purtroppo è ancora lontana dalle abitudini d’ascolto dei più]. Allora, le riflessioni verbali [o scritte] sulla musica sono un valore aggiunto se esplorano territori in cui la musica non riesce ad essere autosufficiente.

Esistono due tipi di pensiero, spiega chiaramente Berio appoggiandosi alle parole di Carl Dahlhaus, due tipi di teorie: la teoria implicita, che è il pensiero in musica, la composizione; e la teoria esplicita, quella che aiuta a capire se un discorso sulla musica sia effettivamente utile al pensiero compositivo. La teoria esplicita è una riflessione sulla musica. Se il pensiero sulla musica è davvero rilevante, se è una vera e propria forma complessa di traduzione musicale, allora questo può influenzare il pensieri in musica, la composizione, in maniera non meno rilevante di quanto l’abbiano fatto alcune opere musicali.
In ogni caso, sottolinea Berio, tutto porta a una conclusione chiave: comprensione è traduzione.

Cosa accade quando vogliamo muoverci in un campo culturalmente lontano da noi?
Pretendere di immedesimarsi totalmente con culture musicali ferme nel tempo, rituali sonori tradizionali, tecniche esecutive completamente distanti dalla nostra è illusorio. Il contatto sarebbe praticamente solo costituito da un’emotività istintiva, priva di alcun rigore, quindi incapace di analizzare il materiale e che diventerebbe dunque sterile.
Sono rarissimi i casi in cui, nel confronto con culture altre, coesistono immedesimazione e distacco: in quei casi si può parlare di bilinguismo musicale. In questo senso Berio cita Bela Bartók, che riesce a creare un equilibrio, un dialogo, tra percorso formale a materiali di espressione contadina tenendoli separati ma rendendoli contemporaneamente strutturalmente indispensabili l’uno per l’altro, quindi inseparabili.

Le musiche dell’Africa, ad esempio, non possono essere ascoltate con l’intenzione di trascriverle su un pentagramma, sarebbe un comportamento sterile; è necessario approcciarsi a queste tradizioni in maniera intelligente e sensibile, nutrendo un sentimento di rispetto per i processi sofisticati che stanno alla base di musiche che, pur essendo così distanti da noi, potranno colpirci nel profondo.
Capire le diversità, impegnarsi per farlo, è un atto d’amore verso di esse.

Luciano Berio foto: Eric Marinitsch, Vienna
Luciano Berio
foto: Eric Marinitsch, Vienna

Vale la pena di citare per intero le parole conclusive di questa conferenza, come se anch’esse in qualche modo non potessero essere tradotte, proprio come accade per certa musica:

La musica sembra darci, ogni tanto, timidi segnali dell’esistenza di organismi innati che, opportunamente tradotti e interpretati, sembrano aiutarci a isolare gli embrioni di una grammatica musicale universale. Non credo che la scoperta di elementi comuni possa rendersi utile alla creatività musicale e neanche all’utopica prospettiva di un linguaggio musicale comune che permetta ai musicisti di parlare e di essere unanimemente  parlati. Penso invece che possa contribuire a esplorare la musica come linguaggio di linguaggi e a sviluppare uno scambio costruttivo fra culture diverse e una pacifica difesa di quelle diversità. Speriamo. E intanto continuiamo a tradurre.

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