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Umberto Petrin e Marco Domenichetti, tra musica popolare e jazz

Avevo già scritto circa un mese fa di incó_ntemporanea, il festival di musica contemporanea a cura del collettivo_21, per cui io mi occupo della direzione artistica e di quanto concerne l’organizzazione (ah, la burocrazia) e la comunicazione.

Dopo l’inaugurazione dello scorso 13 maggio a Palazzo Ghizzoni Nasalli (PC) e il laboratorio di musicoterapia realizzato alla Scuola Elementare Alberoni nel Quartiere Roma, lo scorso primo giugno, siamo pronti per gli ultimi tre concerti.
Il prossimo weekend, 9 e 10 giugno alla Sala Consiliare della Provincia, sarà protagonista il pianoforte [se ne parla sul blog del collettivo_21], con due concerti molto differenti tra loro, che ci permetteranno di conoscere i diversi volti del contemporaneo musicale.

Sabato 10 giugno Umberto Petrin (pianoforte) e Marco Domenichetti (piffero) presenteranno un progetto che vuole unire la musica popolare del repertorio delle Quattro Province al jazz.
Qualche giorno fa ho avuto la fortuna di pranzare con il Maestro Petrin e di fargli qualche domanda in merito al concerto che ascolteremo presto; abbiamo chiacchierato di musica colta e musica popolare, di quanto queste categorizzazioni non abbiano senso e ho ascoltato attenta i suoi ricordi.

Parliamo del repertorio e del concerto che ascolteremo sabato, che la vedra’ con Marco Domenichetti al piffero

Avevo affrontato il repertorio delle Quattro Province (Alessandria, Genova, Piacenza e Pavia) anni fa; ho fatto molti lavori sulla musica popolare, anche se con Marco Domenichetti: non abbiamo mai potuto fare qualcosa insieme, perché mi venivano richiesti progetti con altre formazioni. Finalmente in quest’occasione riesco a lavorare con lui; Marco è il pifferaio che ha segnato la svolta nella storia dell’oboe popolare, per i suoi studi accademici, che lo hanno portato ad affrontare la musica popolare anche attraverso uno sguardo più ampio. Inoltre Marco è un ottimo improvvisatore, questo unito alla sua preparazione accademica, fa sì che si possano realizzare cose che con altri non potrei fare; sono molto contento, sarà una prima entusiasmante!

Qual e’ il rapporto tra questo repertorio e il jazz?

Il repertorio è formato da antiche melodie che sono nate proprio qui, nei territori di confine; il vero promotore del recupero di questa musica tradizionale è stato Giuseppe Zacchetti – che per altro sarà presente tra il pubblico sabato 10 giugno.
Come dicevo, io avevo già lavorato sulla musica delle Quattro Province, in particolar modo nel disco Reuniao (2002) realizzato con musicisti importanti dell’area del sud del Brasile, in cui il repertorio popolare italiano si fondeva a quello del Rio Grande del Sud, per altro con vari punti di contatto.
Già in questo contesto era chiaro come le melodie si adattassero perfettamente a un lavoro di tipo improvvisativo, in quanto potevano suggerire uno sviluppo anche a livello armonico che si può adattare a strutture su cui poi svolgere improvvisazioni di carattere jazzistico.

Ma qual e’ allora il confine da non oltrepassare per non snaturare la melodia di partenza?

Personalmente, avendo sempre lavorato in ambiti di confine, tra la musica dell’Ottocento e quella del Novecento, ma anche con la musica antica, sono sempre molto attento a non snaturare quelle che sono le caratteristiche portanti del materiale originale.
Qui il punto fondante è la melodia; le armonie sono originariamente molto semplici, basate su pochi accordi, ed è lì che ho potuto lavorare, lasciando invece assolutamente invariate le melodie. L’improvvisazione dev’essere uno sviluppo di quelli che sono gli elementi melodici del pezzo, altrimenti andrebbe a perdersi tutto, e quindi allora perché non fare direttamente un pezzo di jazz?
Quindi è essenziale rispettare le caratteristiche fondamentali della melodia.

Nel programma del festival abbiamo cercato di fare delle proposte molto eterogenee; l’idea alla base e’ quella di evitare di tracciare confini tra i vari aspetti della musica d’oggi. Cosa ne pensa?

Mi sembra molto giusto.
Se pensiamo a Bartók o alle Scuole Nazionali, i compositori avevano già superato queste barriere tra colto e popolare; senza arrivare a citare Stravinskij, grande maestro anche in questa commistione con il popolare, anche nei compositori dei nostri giorni come Sofija Gubajdulina, è chiaro un approccio che va ben oltre i confini tracciati dai manuali.
L’operazione che a inizio anni 2000 mi aveva chiesto di fare Zacchetti era proprio quella di immettere il popolare in un linguaggio diverso, più moderno, è stato proprio l’intento di fare incontrare i vari generi. Da lì si è creato un vero sistema operativo, un vero e proprio modus operandi per affrontare questo tipo di lavoro, che arriva fino ad oggi.
In fondo, la nostra musica popolare è molto riconoscibile e si è espansa nel mondo con le migrazioni di tanti anni fa; è una musica in movimento, che negli anni è cambiata, in cui le contaminazioni sono state e sono tuttora  fondamentali.

Vi aspettiamo allora il 10 giugno alle 21 presso la Sala Verdi della Provincia di Piacenza per la prima di questo entusiasmante progetto!
Per qualsiasi informazione www.collettivo21.it.

 

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