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QUANDO UNA RICERCA DIVENTA UN SAGGIO: QUELLO CHE HO IMPARATO

Negli scorsi mesi c’è stato un progetto a cui ho lavorato pressoché in silenzio. Capita, a volte, che non si possa raccontare nulla, che sia meglio concentrarsi e tenere i denti stretti perché non si sa come andrà a finire la cosa oppure perché ancora si sente che non è ancora tutto abbastanza chiaro per poterlo condividere.
A volte mi avete vista impegnata nella correzione di qualche bozza, io e miei pastelli colorati con una pila di fogli davanti; nelle foto su Instagram portavo ancora il maglione e quindi si parla di diversi mesi fa, ma – ad essere sincera – la storia è ben più lunga.

UNA VITA FA, HO SCELTO SU COSA LAVORARE PER LA TESI

Al Conservatorio, circa 8-10 mesi prima del presunto periodo di laurea, ho capito su cosa volevo lavorare per la tesi: ho avuto la fortuna incredibile di avere un Maestro che non ha pensato che fossi pazza, ma che si è posto in maniera positiva e costruttiva di fronte alla mia proposta di fare una tesi di analisi dell’opera Al gran sole carico d’amore di Luigi Nono. Il lavoro di Nono di metà anni ’70 è complesso e articolato, sia dal punto di vista testuale, sia registico e soprattutto musicale; l’idea era quella di indagare in profondità sulle scelte dell’autore da un punto di vista musicale, è proprio la questione compositiva ad essere il centro di quello che è diventato un lavoro impegnativo e per me molto importante.
Credo che ricorderò sempre il periodo di tesi come uno dei più stressanti ed assieme uno dei più stimolanti di tutta la mia vita: una serie di scoperte l’una dopo l’altra, ore ed ore ad occuparmi di temi che dall’esterno potevano risultare assurdi, un atteggiamento quasi maniacale nei confronti di una ricerca che sentivo mia e vedevo crescere poco a poco.

Ricordo che alla fine di questo lavoro, quando ho tirato le fila del discorso e ho capito i nessi di ciò che si nascondeva tra le pieghe della partitura e dei tesi, dovevo mettere “in bella copia” il tutto, ossia fondamentalmente dovevo dare una struttura adatta a una tesi a ciò che per me era racchiuso in maniera chiara nei mille appunti che avevo preso: ormai il divertimento era terminato, si trattava di impacchettare tutto e la cosa praticamente non mi interessava. Andava fatto e naturalmente ci ho messo tutta l’attenzione necessaria, ma il periodo più emozionante era terminato.

IL DOPO

Nel periodo di smarrimento del post laurea – di cui ho raccontato anche qui sul blog – ho ricevuto la proposta da parte del Conservatorio di Milano di pubblicare la mia tesi in forma di saggio sui Quaderni del Conservatorio, una pubblicazione che l’istituzione si impegna a realizzare, con una cadenza non determinata. Istintivamente ho accettato, ero felice che la scuola dove avevo studiato con passione e dedizione ritenesse il mio lavoro degno di nota.

Il lavoro è stato decisamente lungo e tortuoso; le informazioni non sono arrivate con ordine e spesso le istruzioni sul da farsi sono cambiate in corsa; la tesi era molto corposa (oltre 250 pagine) che dovevano essere drasticamente ridotte: un compito non semplice considerando il fatto che nel lavoro non mi ero certo persa in chiacchiere e che ciò che contenevano quelle pagine per me era esattamente “il succo della situazione”.
A distanza di tempo dai primi passi di questa avventura – ci sono voluti più di due anni per avere il libro tra le mani – posso dire che è stata una bella sfida da cui ho imparato molto.

photo: Rawpixel per unsplash.com

Trovo, ad esempio, che sia estremamente difficile partire da un testo nato per una determinata destinazione e ridurlo fino a farlo diventare un “breve” saggio.
Il confronto sui vari tagli da apportare è stato fortunatamente aperto e chiaro, grazie al lavoro che ho impostato con il curatore del testo, ma non semplice; a tratti sembrava di dover usare un’accetta: togli questo, taglia qui, devono essere tot caratteri, meno pagine.
La musica per me doveva rimanere al centro di tutto, su questo non potevo transigere, e quindi anche sugli esempi musicali. L’idea era che il lettore dovesse avere i mezzi per comprendere i riferimenti, per  poi muoversi autonomamente nell’analisi della partitura.

In questi anni di lavoro – sì, anni – ci sono stati momenti di silenzio in cui tutto sembrava fermarsi, in cui ho quasi perso la speranza di vedere questo saggio prendere forma; ciò che più mi spiaceva era che in quel modo il tutto sarebbe rimasto pressoché inaccessibile a chi come me s’interessa all’opera di Luigi Nono e specialmente ai suoi lavori teatrali e vocali.
In altri momenti, invece, c’era una certa fretta: bisognava arrivare a una determinata data con il saggio pronto ed eravamo indietro sulla tabella di marcia. Così  gli ultimi mesi sono stati una vera e propria corsa contro il tempo, una serie di mail una dopo l’altra per trovare la quadra e far entrare il mio lavoro in poco più di ottanta pagine.
Non avevo mai ridotto un testo in questo modo, non avevo mai lavorato in maniera così maniacale sulle questioni prettamente editoriali (che poi, certamente, l’editore c’era e ha lavorato a sua volta, ma bisognava partire da una base ben fatta che era molto diversa da un’impaginazione da tesi di laurea!): è stata una sfida stimolante e a tratti sfiancante, che ha portato alla fine a vedere il mio saggio assieme ad altri due molto diversi ma entrambi di altissima qualità.

Quest’edizione dei Quaderni del Conservatorio è tutta al femminile, le autrici oltre a me sono Giulia Ferraro e Ivana Valotti; il titolo è più che mai azzeccato: I volti della musica: allegoria, Spirito, realtà. Il “mio” Luigi Nono, rappresenta la realtà e oggi più che mai i temi di Al gran sole carico d’amore tornano, trasporti in un presente che tratteggia nel suo profilo le caratteristiche delle dolorose storie che sono rappresentate in un’opera che è simbolo del suo tempo – musicalmente parlando – ma che incarna universalmente i grandi temi della storia umana.

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