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PERCHE’ PARLARE (DI MUSICA) IN PUBBLICO E’ BELLO

Giugno è stato un mese molto più impegnativo del previsto, che è terminato con una conferenza che ho tenuto nell’ambito della mostra “I misteri della Cattedrale” nel Duomo di Piacenza – la mia città – incentrata sul Codice 65.
Ho incontrato per la prima volta l’associazione organizzatrice della mostra sul finire del 2017, quando ho tenuto una lezione durante il corso di comunicazione online di Matteo [spesso per lavoro ho la fortuna di collaborare con il mio compagno, che di mestiere fa il “falegname digitale”] raccontando che cosa significa occuparsi di comunicazione in un ambito particolare come la musica.
Di quella sera ricordo l’agitazione, che poi è una costante di quando parlo in pubblico.

LA GENTE MI GUARDA

Sono sempre stata una di quelle che preferivano gli esami scritti; non mi importava il fatto che una volta scritta una cosa il margine di interpretazione (ossia la possibilità di girare attorno a una cosa e magari di negarla) fosse minimo, non ne vedevo il problema: andavo all’esame avendo studiato, sempre. Ero preparata, al massimo delle mie possibilità – anche se c’era sempre un momento di terrore poco prima dell’inizio in cui pensavo fermamente di non essere assolutamente pronta – , quindi non vedevo il motivo di avere “margini di interpretazione”; sai una cosa, la scrivi, non la sai, non la scrivi.
Poi c’era la lunga schiera di chi invece agli orali faceva magie: alcuni di loro erano evidentemente preparati molto meno di me, eppure brillavano. Ricordo di una compagna di Università che brillava di luce propria durante i colloqui: sembrava la reincarnazione di Bernstein per la naturalezza nello spiegarsi, una vera intrattenitrice che con abili mosse sapeva rimarcare i pochi concetti che aveva ben chiari in testa trasudando sicurezza.
Quella formula era vincente, spesso molto più della mia ricetta che era tutt’altro che magica: iper studio + ansia. Per me c’erano un paio di problemi di fondo che non c’entravano niente con la musicologia: il primo era il giudizio, non mi sentivo all’altezza di essere lì a parlare di musica, di fronte a un professore così importante (chi ero io?! Fino a poco tempo prima frequentavo l’ITIS!), il secondo era sempre legato all’autostima, ma proprio in termini fisici: sapevi che quando parli, molto più del 50% dell’importanza lo ha il tuo linguaggio non verbale? Beh, io agli esami volevo sotterrarmi, i miei movimenti erano tutti un arrotolare l’elastico per i capelli tra le dita e abbassare gli occhi; avessi potuto parlare al telefono o da un’altra stanza sarei stata la persona più felice del mondo!

CE L’AVRA’ LA PARTITURA!

Al Conservatorio c’erano più margini d’errore ma anche molte più questioni tecniche: esami per cui bisognava per forza di cose mettere le mani in pasta, confrontarsi con la musica scritta e suonata, e molte meno materie che potevano in un certo qual modo seguire le inclinazioni (o i pareri personali) degli insegnanti. La strada è stata in salita (e io praticamente avevo una bici senza cambio!) ma ho imparato moltissimo, anche su di me.
La mia preparazione si è fatta più solida, ho preso sicurezza nelle mie possibilità e nei mezzi che avevo a disposizione; gli esami orali sono sempre stati un trauma finché un giorno un’altra me è venuta fuori senza alcun preavviso: di fronte a un Maestro che non voleva andare a fondo di un tema specifico semplicemente perché ero stata assente quand’era stato trattato quel determinato tema (e esempio) ho risposto istintivamente: “Ce l’avrà la partitura, no? Allora me la dia, e le risponderò”.
L’esame è proseguito nel migliore dei modi e quell’affermazione così sicura su cui non avevo per niente riflettuto mi ha fatto capire una cosa di me che in tutti gli anni precedenti non era mai stata così chiara: ero io la prima sabotatrice di me stessa. 

BISOGNA PARLARE DI MUSICA

Proprio negli anni del Conservatorio, un po’ inconsapevolmente, ho iniziato a costruire quella che sarebbe stata la mia professione, per cui spesso sono chiamata a parlare in pubblico, che sia per introdurre concerti, presentare progetti o tenere lezioni.
Ho sempre pensato che parlare di musica – specialmente quella ritenuta “difficile” – sia fondamentale per avvicinare il pubblico; quello che ho imparato è che bisogna saper rischiare.
La conferenza sul Libro del Maestro, il Codice 65, per me è stato un rischio: si tratta di un codice medievale che per più di due terzi è dedicato alla musica; si tratta di musica liturgica scritta con il linguaggio neumatico, ossia con dei segni che si usavano prima ancora che ci fosse la notazione quadrata, ossia quel modo di scrivere le note che forse ti è capitato di vedere nei musei. Non sono un’esperta di paleografia musicale – così si chiama la materia che studia queste cose – ma l’ho studiata in maniera abbastanza approfondita, tanto da poterla riprendere e mettermi in gioco.
Ho avuto la fortuna di mettere le mani sul Codice e studiarlo; strutturato una presentazione che potesse aiutare il pubblico a orientarsi nel discorso, ho fatto esempi e fatto avvicinare gli ascoltatori alla riproduzione del documento, estremamente affascinante.

Ero agitata? Estremamente. Ne vale la pena? Certo.
Parlare in pubblico è un percorso di consapevolezza e una montagna russa di emozioni: dalla paura all’esaltazione, dal disagio alla felicità.
Se guardo alla me di dieci anni fa, in quella Bologna che mi sembrava infinita, di fronte a professori che mi sembravano immensi, mi viene da sorridere. Per tante cose mi somiglio ancora, per altre invece sono estremamente cambiata; parte di questo cambiamento è passato proprio dal continuare a sfidare i miei limiti, andando contro quella parte di me che tende ad autosabotarsi: spesso questo processo è passato attraverso l’esperienza degli speech, che è fondamentale sia per me come persona sia per l’idea del mio lavoro, che è poi quella di raccontare la musica “difficile” a chi la ritiene tale.

Se ho dei trucchi per stare calma? Sì, qualcuno, ma non sono così ferrata sull’argomento da poterli condividere con consapevolezza.
Posso dirti però come maschero l’ansia incredibile che mi prende appena vedo il pubblico davanti a me: sorrido. Sembra serenità, in realtà è panico.
Ma l’importante è riderci sopra, dopo, e andare avanti.

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