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COSE CHE HO IMPARATO PARLANDO DI MUSICA AI BAMBINI

Per chi non lo sapesse, io abito in un paese davvero piccolo, siamo meno di tremila abitanti. Questo significa che tutti sanno tutto di tutti, che ogni scelta anche lievemente fuori dalle righe suscita subito scalpore e che alcune realtà e alcuni mestieri qui non esistono. Quando mi sono laureata in musicologia e a Sarmato [così si chiama il mio ridente paese] la gente mi faceva i complimenti per il tanto agognato [ma da chi?!Di certo non da me, che devo ancora ritirare il pezzo di carta a un anno di distanza] titolo di Dottoressa, poi mi chiedevano: “In cosa è che ti sei laureata?” e io rispondevo regolarmente “In Musicologia”, dall’altra parte vedevo facce attonite con annessa risposta “Ah. Eh beh, brava”.
Insomma, qui se ti laurei o fai l’avvocato, o il medico, o l’architetto. Le altre cose non esistono, perché vige quella strana regola per cui certe cose non servono.
Non voglio perdermi in storie esilaranti sui termini nati per caso al posto di “musicologa” – che comprendono uno sketch degno di un film comico – e nemmeno in ragionamenti più seri sugli inevitabili limiti del vivere in campagna [NB io adoro vivere in campagna e credo che siano molti di più i vantaggi degli svantaggi, ma quello che va detto, va detto!], voglio raccontare dell’opportunità che ho avuto ieri.

Qualche tempo fa mi ha contattata il direttore del coro parrocchiale, uno che ha preso questo gruppo di signore che cantavano “Osanna eh” e gli ha insegnato che cos’è il gregoriano e non solo, chiedendomi la disponibilità di spendere un pomeriggio parlando di musica alle scuole elementari.
Lui quest’anno è impegnato come volontario in un progetto in cui insegna musica in ogni classe. Siamo tutti d’accordo che la musica per com’è insegnata la maggior parte delle volte non sia degna d’esser chiamata tale, vero?! Ne hanno parlato signori che ne sanno certamente molto più di me, tra cui ad esempio Barenmboim [trovate un riassunto del suo pensiero nella risposta all’ultima domanda di questa intervista] o Morricone. Beh, Mariano si impegna qui a Sarmato a far conoscere ai bambini la musica classica, senza inondarli di regole e ingabbiarli in canoni prestabiliti, ma stimolandoli con intelligenza e acume.

Ero un po’ spaventata quando mi è stata fatta la proposta ma ho detto subito di sì; il compito era di tornare nelle mie scuole elementari e parlare di come ho incontrato la musica e poi ho scelto di dedicare la mia vita ad essa, facendo anche ascoltare qualcosa di relativo al mio campo di interesse.
I miei timori erano fondamentalmente due: per prima cosa il fatto che l’istinto materno non è proprio la mia principale caratteristica, quindi avevo paura di non riuscire a gestire la situazione di quattro classi di bambini dagli otto ai dieci anni; secondariamente temevo di non riuscire a impostare la lezione in modo da rendere giustizia alla musica del Novecento, mettendone in luce le qualità senza “traumatizzare” i bimbi.

Ho ragionato un po’ e – dovendo partire da me stessa, come mi era stato indicato – ho pensato di puntare sul messaggio che tutta la musica è interessante e può essere scelta e ascoltata, e che per capirla e apprezzarla o criticarla, bisogna capire il suo contesto. In questo modo, ho potuto far ascoltare prima un pezzo di Schoenberg, precisamente l’opera 11, con un piccolo riferimento al rapporto tra il compositore e Kandinsky [l’immagine in apertura è il suo celebre dipinto Giallo, rosso, blu] per poi passare a raccontare di ciò che succedeva negli anni ’20 in America, quindi del blues e della musica come forma di protesta. I bambini mi hanno stupita: sono stati attenti, hanno ascoltato Schoenberg in silenzio, hanno espresso le loro sensazioni, fatto qualche domanda e si sono fatti coinvolgere dal pezzo di Big Bill Broonzy che avevo scelto.

Devo dire che questa esperienza mi ha insegnato alcune cose:

  • i bambini non hanno pregiudizi, quindi ascoltano con curiosità qualsiasi tipo di musica
  • Spesso è molto più difficile far ascoltare una musica semplicemente diversa a degli adulti, rispetto che ai bimbi
  • Quando si parla in maniera sincera, l’interlocutore lo percepisce [e anche in questo bimbo batte adulto 10 a 0]
  • Il ruolo delle maestre è fondamentale. Vedere un adulto seduto di fianco ai suoi allievi, in ascolto, con un sorriso oltre a rendere più facile a me spiegare, dava ai bambini un evidente supporto. Nel caso contrario, quando sono gli adulti i primi a non prestare attenzione, il messaggio ha più ostacoli da superare.
    Inutile specificare che trovo sia assurdo che questi ostacoli siano messi sul cammino proprio da coloro i quali dovrebbero spianare la strada ad una conoscenza che sia il più vasta e libera possibile.
  • La musica unisce e smuove il pensiero di chi l’ascolta, se colui che ascolta è in grado di farlo con attenzione
  • La musica va spiegata. Tutta.
    Per farlo ci vogliono, come per tutte le altre materie, competenza e dedizione [motivo per cui apprezzo enormemente il lavoro delle maestre che svolgono il loro mestiere con passione autentica]. Non è pensabile sottoporre i bambini a strazianti ore di melodie ignobili in stile “My heart will go one” suonate con il flauto dolce. Se giustamente stimolati i bambini rispondono, rispondono eccome.
Kandinsky, Composition VIII
Kandinsky, Composition VIII

Dopo questa breve esperienza, penso di aver lasciato qualcosa ai bambini, visti i loro sguardi stupiti e le loro reazioni divertenti dopo e durante gli ascolti, ma posso soprattutto dire che loro hanno lasciato molto a me.
Quando sono tornata a casa ero felice; felice di aver gettato un piccolo seme, felice di essermi resa di nuovo conto – proprio in un momento in cui ne avevo bisogno – che è una fortuna più unica che rara incontrare nella proprio cammino una passione così autentica e forte come quella che ho io per la musica, e ancor di più lo è avere l’opportunità di coltivarla ogni giorno.
Mai avrei detto che tornare alle elementari per un giorno sarebbe stato così emozionante!

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