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“LE MARTEAU SANS MAÎTRE”: 60 ANNI DI SUONO

Dopo un po’ di pausa – forzata – torno a scrivere.
Sono giorni pieni di impegni/scadenze/idee e sogni da mettere in fila [di quanto sognare davvero comporti un ingente impiego di energie ne avevamo già parlato qui], quindi il tempo è volato e non me ne sono quasi accorta.

www.instagram.com/smilingcla
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Mi piacerebbe raccontare del mio ritorno al Conservatorio, dell’incontro con persone interessanti, dei discorsi sul futuro e su progetti tutti da costruire fatti davanti a una birretta, ma forse proprio per questa voglia di approfondire alcune [nuove] questioni squisitamente musicali che è rinata in me in questi ultimi tempi, sento la necessità di parlare di musica.

Sessant’anni fa, nel 1955, in America il Rock’n’Roll impazzava, Chuck Berry si scatenava a ritmo di una canzone come Maybellene e Elvis faceva strage di cuori; contemporaneamente gli happening di John Cage prendevano piede, dopo la rivoluzionaria opera 4’33”. Intanto, in Europa, proprio nel 1955 veniva eseguita per la prima volta una composizione capitale di Pierre Boulez, Le Marteau sans maître.
Perché vale la pena di ascoltare quest’opera? Perché a 60 anni di distanza stiamo qui a  parlarne?
Innanzi tutto perché è un’opera che sopravvive al tempo, collocandosi in un momento cruciale della storia musicale europea: è l’ultimo frutto di quello che può essere considerato ora, a distanza di anni, un vero e proprio percorso di ricostruzione razionale della musica, nel secondo dopoguerra.
Boulez, personalità di grande spessore del Novecento, oggi novantenne, inizia a comporre quest’opera nel 1953 e la progetta in sei movimenti. Così verrà poi pubblicata in prima versione, nel 1954, come fotocopia del manoscritto; ma nell’anno successivo, prima della prima esecuzione avvenuta all’interno del ventinovesimo festival internazionale di musica contemporanea di Baden-Baden, il compositore continua a lavorarci, aggiungendo tre movimenti e portando l’opera alla struttura che conosciamo attualmente: tre cicli,  composti da tre movimenti ciascuno. L’organico vede impegnati strumenti che si caratterizzano per il timbro spostato verso il registro acuto: vibrafono, xylorimba, chitarra, flauto, viola e percussioni. Per quanto molti si siano spesi a cercare corrispondenze con culture altre, richiamate dai suoni degli strumenti scelti, Boulez stesso ci tenne a precisare che la sola volontà era quella di integrare e disperdere il suono della voce; in una parola la volontà era quella di interagire con la voce femminile.
La voce solista è chiamata a muoversi con grande agilità e ampiezza, sfruttando le capacità tecniche per rendere al meglio e in maniere differenti i testi scelti, tutti di René Char, poeta surrealista contemporaneo di André Breton e Paul Éluard. L’uso della voce richiama in un certo qual modo l’illustre opera di Arnold Schoenberg del 1912, il Pierrot Lunaire, Le Marteau sans maître può a tutti gli effetti essere considerato un altro punto di snodo delle strade del Novecento, strade che portano alla seconda metà del secolo, quando in molti compositori come Luigi Nono, Luciano Berio o lo stesso Stravinskij, che in quel periodo aveva aderito al linguaggio dodecafonico che di fatto quest’opera aveva ormai superato, si dissero influenzati dall’opera di Boulez: qui la serie, scomposta in sottogruppi ognuno dei quali rielaborato combinandolo con altri, acquista anche una dimensione verticale che nella visione originaria di Schoenberg non esisteva.
Gli strumenti sono tutti immersi nel pezzo, ognuno ne costituisce la struttura ma contemporaneamente è attore a sé stante dello sviluppo sonoro: ogni strumento è un’entità che ha senso di esistere anche sola, per il suo suono, appunto. Questa intensa ricerca sul suono, che arriva a portare la voce nell’ultimo movimento ad essere suono puro – una volta pronunciati tutti i testi – integrato con gli strumenti, rende Le Marteau sans maître un vero e proprio terreno fertile per ciò che è stato il futuro, nell’esplorazione delle possibilità sonore degli strumenti (come nelle Sequenze di Berio), nell’indagine sul rapporto tra musica e testo e nella valorizzazione delle note singole, intese come corpi sonori strutturati singolarmente.

photo: www.ensembleinter.com
photo: www.ensembleinter.com

Qui è possibile ascoltare l’intera opera, eseguita dall’Ensemble intercontemporain, fondato da Boulez stesso nel 1976.

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