BLOG

INSEGNARE: UNA QUESTIONE DI COMUNICAZIONE ED EQUILIBRIO

Qui sul blog recentemente ho scritto degli alti e bassi del fare due lavori contemporaneamente, uno da libera professionista e l’altro da dipendente.
Da ottobre scorso insegno educazione musicale in una scuola secondaria di primo grado, e praticamente niente è stato come me l’aspettavo.

INSEGNARE, OVVERO IMPRIMERE SEGNI (NELLA MENTE)

Avevo già avuto esperienza di insegnamento in passato; a 17 anni ho avuto l’opportunità di iniziare ad insegnare chitarra in una scuola privata: avevo diversi allievi divisi in piccole “classi” che andavano da un minimo di due a un massimo di sei (il massimo non era stabilito in realtà, ma grazie al cielo non siamo mai andati oltre ai sei per volta!), insegnavo prima una e poi due volte a settimana, mentre ancora andavo a scuola.
La mia vita era differente, il mio tempo più dilatato e le mie giornate più lunghe – così sembrava – quindi il fatto di impegnare due pomeriggi a insegnare mi sembrava, specialmente il primo anno, una possibilità meravigliosa, in cui prendere in mano la chitarra e allontanarmi da una realtà che sentivo molto lontana. Ho insegnato lì per tre anni, avendo sempre più allievi, e pian piano la magia si è spezzata: è stata una serie di concause a portarmi alla scelta di smettere di dare lezioni di chitarra in quella scuola, motivazioni legate al tempo, alla mia nuova vita bolognese e a un sacco di altri perché.
Per poco meno di un paio d’anni ho continuato a dare lezioni private, dopo di che ho smesso anche con quelle.
La verità è che mi mancava la Musica; non avevo più niente da dare, non potevo più lasciare alcun segno nei miei studenti.

COME UN AQUILONE

photo: Austin Chan per unsplash.com

Quando ho smesso di insegnare, ero convinta che non l’avrei fatto mai più.
Ero stanca, snervata, demotivata.
Ero fatta per essere studente, non per essere insegnate.
Era come se dopo molte giornate ventose, il mio ideale aquilone non volasse più: farlo rialzare da terra è molto complesso, ben più che tenerlo in aria – sebbene tra alti e bassi -.
Poi, a un certo punto, è arrivata una di quelle giornate in cui quasi non si riesce a stare in piedi dall’aria che tira e da un momento all’altro mi sono ritrovata in classe, anzi, in più classi.
Ho ripreso una vecchia strada dando di nuovo lezioni di chitarra, questa volta però a scuola a ragazzini di età più simili, e l’ho mischiata con un nuovo percorso, quello dell’insegnamento della cosiddetta “educazione musicale”: una strada imprevista, tortuosa e praticamente sempre in salita, da cui però ho imparato molto.

Non c’è paracadute nell’insegnamento: se si cade, si cade. Ci si fa male – anche molto – e poi ci si rialza, per forza di cose, perché la scuola pubblica ha scadenze, obblighi anche poco simpatici di cui bisogna obbligatoriamente tenere conto, come verifiche, interrogazioni, pagellini, pagelle e chi più ne ha più ne metta. Non è per niente semplice districarsi tra tutti questi paletti, se si vuole creare un percorso che guardi per prima cosa proprio all’educazione musicale.

E’ SEMPRE QUESTIONE DI COMUNICAZIONE

Proprio insegnando, ho capito che lo snodo centrale del mio rapporto coi ragazzi sarebbe stata la comunicazione. Una comunicazione chiara – a volte, direi netta – efficace e trasparente, che permettesse a loro di non confondere i ruoli (la giovane età spesso non aiuta a mantenere i confini) e di capire fino a dove potevano spingersi.
Il primo passo di tutto questo è stato l’ascolto: capire da dove venissero, quale fosse il loro precedente rapporto con la materia scolastica ma anche e soprattutto con la musica in generale, i loro gusti, le loro preferenze. Da lì in poi, la palla è passata a me, con le inevitabili scelte da fare: cosa racconto tra tutta la musica degli scorsi secoli?
Che poi, “cosa racconto” è un po’ la domanda che bisogna sempre farsi, quando si vuole comunicare qualcosa. Prima cosa, poi come; uno dopo l’altro.
Dicevo, da lì in poi la palla è passata a me e ho deciso cosa escludere e dove andare.
Insegnare vuol dire lasciare un segno, e per farlo ho dovuto cercare di aprire delle porte: porte chiuse da pregiudizi, noia, abitudini e difficoltà ad essere stimolati, difficoltà a vedere nell’adulto una possibilità, nella musica un altro mondo, diverso ma percorribile.

Si tratta di tracciare un percorso, di aprire varchi verso altre possibilità che però in tempi ristretti e definiti come quelli delle due ore settimanali che i programmi scolastici concedono non è possibile esplorare; si tratta di scegliere cosa dire e come dirlo.
Come sempre, si tratta di comunicazione e di equilibrio.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *