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L’IMPORTANZA DI AVERE DEI LIMITI

Questi ultimi due mesi sono stati senza dubbio i più impegnativi di sempre dal punto di vista lavorativo [sì, anche più di quando facevo di giorno la commessa e di sera la cameriera. Su questa cosa forse un giorno scriverò un post, perché è stata una delle informazioni che più ha sconvolto i miei allievi; ma è un’altra questione]. Ora mi trovo a tirare le fila di un’esperienza, quella scolastica, mentre sul fronte della libera professione non ci si ferma mai.

Ho già parlato qui sul blog di ciò che ho imparato da quest’anno che mi ha vista essere sia dipendente che libera professionista, una cosa su cui però proprio di recente mi sono trovata a riflettere è il concetto di limite.

ANCHE LA PIANURA HA UNA FINE

Sì, anche se non sembra, anche se mentre corro la mattina ho l’impressione che l’orizzonte non abbia un termine.
La campagna del paesino dove vivo – che tanto amo – sembra non avere limiti, questa vastità è incantevole ma assieme in un certo qual modo rassicurante: non si vede la fine, sembra che ci sia sempre spazio per muoversi, spazio per fare, cambiare, andare e tornare. Quanto però un paesaggio sconfinato è davvero d’aiuto?
La montagna mi ha insegnato tanto in questo senso: si scende e si sale, a piccoli passi, si punta a un obiettivo plausibile, si sceglie che via prendere, se percorrere il sentiero più breve ma più ripido e insidioso o la strada più lunga ma meno difficoltosa. Si tratta di avere le idee chiare sul punto di arrivo, sui propri limiti in riferimento al percorso che si vuole intraprendere.
La pianura, invece, inganna: non ci concede la possibilità di renderci conto con chiarezza delle distanze, della fatica, del tempo; così a volte sembra che il nostro spazio non abbia termine, e che tutto sia fattibile.

“IL TEMPO, UN TEMPO, ERA UN VALZER MODERATO, MA COL PASSARE DEL TEMPO…” *

Tutta questa libertà, però, è illusoria. La libera professione somiglia un po’ alla pianura, specialmente nelle fasi iniziali: ti dà l’idea di poter gestire il tempo con semplicità, hai l’impressione che potrai seguire il tuo ritmo, che avrai tanto spazio per muoverti.
Questo può portare a due conseguenze non particolarmente favorevoli, a seconda del tuo carattere: la prima un relax esagerato, in cui tutto si fa tranquillo, disteso, in cui ci si prende il lusso di ricontrollare le cose fino allo sfinimento perché “non è ancora il momento giusto”; la seconda la situazione opposta, ossia una vita in cui non si ha più un momento libero, perché presi della smania del fare ci si impegna in mille attività.
Mi sembra non sia necessario spiegare nel dettaglio le conseguenze di entrambi i comportamenti; entrambe le strade, comunque, hanno una cosa in comune, ossia il fatto di nascere da una cattiva gestione di uno spazio di cui non si vedono i confini.

LA POTENZIALITA’ DEI LIMITI

photo: Fancy Crave per unsplash.com

Personalmente, faccio parte del secondo dei casi di cui parlavo poco fa: metto troppa carne al fuoco, non pensando che le mie giornate hanno comunque 24 ore, che in alcune di queste devo dormire e che – bisogna prenderne atto – non sono una macchina.
L’essere contemporaneamente lavoratrice dipendente (a scuola) e freelance mi ha fatta precipitare in un vortice di impegni incredibile, specialmente in alcuni momenti dell’anno: in alcuni mesi è stato come essere su un’altalena, però sott’acqua, in cui poter prendere fiato solo in certi istanti, quando nel punto più alto del fluttuare si riesce a mettere la testa fuori dal mare profondo. [So benissimo che nella realtà è una cosa infattibile, ma lasciami divagare, almeno qui!]
Ci ho messo molti mesi a capire che a volte questi periodi sono inevitabili: capita, quando non si fa un lavoro routinario, che gli impegni si accavallino, o si susseguano senza soluzione di continuità, senza un secondo in cui rigenerarsi. Ci si stanca, sì, ma è normale, e bisogna sempre avere bene in mente che passerà. Circoscrivere questi periodi è stato essenziale: quando accadono, all’inizio, è bene prendere in mano il calendario e segnarsi fino a quando durerà, perché sì, si può ipotizzare, si può pilotare, bisogna sapere per quanto siamo in grado di mantenere ritmi di questo tipo e fare il modo di non oltrepassare il limite. Bisogna saper dire di no, e io quest’anno l’ho fatto, con un dolore e un senso di colpa su cui dovrò ancora lavorare molto.
Ma è questo che fa un lavoro dipendente, un impegno con orari fissi (più o meno, riunioni a parte!): ti impone dei confini. Da quell’ora a quell’ora, in quel giorno, per forza di cose, sarai sempre lì. Questo vuol dire che contemporaneamente non potrai fare nient’altro, se non essere lì con la mente e il corpo; il che significa che dalle 24 ore, ne dovrai togliere – oltre alle almeno sei di sonno – ad esempio quattro di lezione, una di pausa pranzo (sì, lo ammetto, in pausa pranzo spesso ho lavorato!) e due di viaggio e ne rimarranno 11-12, che non saranno tutte lavorative. Perché prima ti sarai dovuta preparare, una volta a casa avrai utilizzato un po’ di tempo per riprenderti, altro tempo invece lo impiegherai per sbrigare faccende o commissioni o, semplicemente, ci saranno giorni in cui la tua mente ti metterà in scacco e non sarai per niente produttiva. Tutto normale, sono i nostri limiti.
Limiti di tempo, limiti di energia. Li abbiamo tutti, non è una colpa, bisogna imparare a conviverci e – magari – ad usarli come risorse per sfruttare il tempo che abbiamo nella maniera migliore possibile.

E tu, che rapporto hai con il tempo e con i limiti?
Se lavori da casa, come ti gestisci tempo e spazi?


*  Francesco Guccini nel live de I fichi nell’album D’amore, di morte e di altre sciocchezze  continua con “è diventato un valzer decisamente di sinistra”

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