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IMMAGINI PER MUSICA – LUIGI GHIRRI

Vi ricordate che l’anno scorso ho fatto un post che si intitolava I libri del 2015/ L’assalto al Moncada? Ecco, la prima parte del titolo stava ad indicare che nei miei piani c’era l’idea di scrivere di altre letture interessanti, poi per motivi vari non sono riuscita a farlo [che disastro!].
Sicuramente, Lezioni di Fotografia di Luigi Ghirri mi ha insegnato molto, sul finire del 2015; si tratta di trascrizioni delle lezioni tenute dal fotografo emiliano tra il 1989 e il 1990; l’ultima di queste si intitola Immagini per musica e riflette sul ruolo della grafica nel disco, come oggetto [e, vedremo, come progetto].

Disco della Deutsche Grammophon
Disco della Deutsche Grammophon

Da subito emerge la grande differenza tra “musica classica” e “musica di consumo” (per questa volta le chiameremo così, anche se io odio le categorizzazioni): nel pop e nel rock le grafiche sono state da sempre molto importanti, sia per una questione di contenuto da promuovere, sia per il budget a disposizione. Nel settore classico, l’impostazione dell’immagine è sempre stata molto rigida, addirittura severa: un esempio su tutti è la famosa casa discografica Deutsche Grammophon, che è partita fin dagli albori con un’immagine che è rimasta inalterata negli anni, fatta eccezione per la particolare serie Archiv Produktion, che riguardava la musica dagli inizi fino al XVIII secolo, quindi antecedente al periodo di riferimento della casa principale.

La sola svolta è quella che avviene sul finire degli anni ’60, quando iniziano a comparire i testi dei lieder in un disco di composizioni di Brahms e, nel giro di pochi anni, quello che inizialmente era solo un brevissimo fascicolo diventa un piccolo libro che oltre ai testi (in 4 lingue) contiene informazioni riguardanti la biografia del compositore e degli esecutori e il contesto in cui le opere sono nate. Una piccola rivoluzione, che è stata un valore aggiunto per la comprensione del disco.

Anche per quanto riguarda la musica leggera, in quel periodo non c’erano molte innovazioni: il disco come oggetto rimaneva tale e quale, semplicemente veniva in un certo senso “vestito” diversamente.
I Beatles, così come nella musica in sé, anche nella comunicazione sono stati la chiave di volta della grafica discografica: innanzi tutto con la celeberrima copertina di Sgt Pepper’s Lonely Hearts Club Band, ma soprattutto per Magical Mistery Toural cui interno per la prima volta compariva un libretto illustrato e un rimando al video, perché al momento dell’uscita dell’album Magical Mistery Tour era già un film. L’immagine, la comunicazione per immagini, con i Beatles diventa centrale: il disco entra a far parte di un processo comunicativo molto più vasto, che comprende vari prodotti.

The Beatles in Magical Mystery Tour (foto del 1967)
The Beatles in Magical Mystery Tour (foto del 1967)

Facendo un salto poco più avanti, si arriva agli anni ’70: Ghirri cita giustamente la copertina di Atom Heart Mother dei Pink Floyd. Il gruppo sparisce, non è l’immagine della band a promuovere il disco, bensì una mucca. Sì, una mucca. I Pink Floyd sono i primi a usare l’immagine di copertina in modo così innovativo e sottile, grazie soprattutto allo Studio Hipgnosis [ora StormStudios], che curerà poi anche la copertina di The Dark Side Of The Moon e la riedizione per il quarantesimo anniversario di Atom Heart Mother [qui sotto]

Atom Heart Mother - Quarantesimo anniversario - StormStudios [www.stormstudiosdesign.com]
Atom Heart Mother – Quarantesimo anniversario // StormStudios
[www.stormstudiosdesign.com]

A tratti, visto a posteriori, il discorso di Ghirri sui dischi pirata (bootleg) e sulla polemica nata sul finire degli anni ’80 da parte delle case discografiche che denunciavano quanto queste produzioni danneggiassero gli artisti; ora tra Spotify e tutto il resto della fisicità del disco sembra importare poco.
In realtà, il disco in sé rimane e non siamo proprio in pochi a pensarlo, visto il ritorno al vinile di questi ultimi tempi.

“Io credo che nel momento in cui tu fai un disco devi aver presente che è un’opera collettiva, non solo per quello che riguarda la realizzazione, ma anche per quello che riguarda l’interazione strutturale dei suoni e delle immagini; credo che in questo modo si possa dire qualcosa di più”

Altra importante osservazione, è quella riguardante l’assenza di qualunque rimando alla specifica scrittura musicale: non ci sono note sui dischi pop o rock, nessuno spartito. Ghirri cita Introduzione alla sociologia della musica di Adorno, rimandando al concetto di ascolto consapevole, di chi sa leggere la musica, e ascolto inconsapevole di chi invece si limita all’ascolto di dischi; è al secondo tipo di persone che si rivolgono le case discografico, delineando un tipo di “consumatore medio” e quindi scegliendo di non riportare rimandi allo spartito che sarebbero inutili. Forse – sostiene Ghirri e a lui mi accodo – potrebbe essere interessante inserire all’interno del libretto nei dischi un approfondimento del lavoro, del contesto nel quale è nato e del particolare ambito musicale a cui appartiene; questo può valere sia per la musica classica ma anche, perché no, per la musica di consumo.

“C’è in atto un adeguamento progressivo ai modelli dello star system internazionale. Non si tratta di difendere i valori del passato, non vuole essere questo il mio discorso, semplicemente bisogna prendere atto di questa tendenza all’impoverimento progettuale nel settore discografico e musicale, a tutti i livelli.”

Le parole datate 1990 sono più che mai attuali; Ghirri poi conclude la lezione con un’osservazione irriverente e relativa a una realtà di oltre 15 anni fa, ma davvero puntuale e un po’ amara, che non tiene conto – come il per forza di cose resto di tutta la lezione – delle realtà indipendenti che sono nate e/o cresciute negli anni successivi. Comunque, è con le sue parole che voglio chiudere, perché questa lezione mi ha dato davvero molti spunti di riflessione che spero siano arrivati anche a voi.

“Oggi se non hai strutture megamiliardarie che ti sostengono con magliette, gadget, con i biglietti che si comprano alla Banca Nazionale del Lavoro… ma quando mai alla Banca Nazionale del Lavoro si sono comprati biglietti dei concerti rock?”

 

 

* In apertura, la copertina del doppio LP Epica Etica Etnica Pathos dei CCCP realizzata da Luigi Ghirri.

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