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C’E’ MUSICA E MUSICA: DI COSA PARLARE?

Di recente ho letto un post interessante di Enrica  Crivello in cui parlava della reticenza degli esperti di vari settori a condividere il proprio sapere; il post lo trovi qui, sinteticamente Enrica – che non ha bisogno di presentazioni e che comunque ho già citato in diverse occasioni – sostiene che di fatto la conversazione su temi disparati sta già avvenendo, se gli esperti non si uniscono la scelta è loro, ma poi dovrebbero evitare di lamentarsi.

FARE CULTURA

C’è tutta una vasta gamma di persone che conosco, persone preparate, serie, con cui spesso discutere è molto stimolante, che sostiene che la divulgazione sia un po’ il male del mondo.
A detta loro, ci sono alcune questioni di cui non si può parlare in modo semplice; mi riferisco alla musica, generalmente alla cosiddetta “musica colta”.  Non si può, ad esempio, ridurre Beethoven a una serie di constatazioni banali, magari legate a doppio filo con questioni relative al proprio personale gusto in fatto di ascolto: su questo non posso che essere d’accordo. Ma siamo sicuri – è una provocazione, ma nemmeno troppo – che quelle meravigliose riunioni di presunti intellettuali della musica in cui si passano ore a interrogarsi su questioni legate a sterili analisi, che spesso non tengono conto del contesto e di molto altro, oppure in cui le ore scorrono a raccontandosi fatti che più che con la musica hanno a che fare col gossip, siano davvero un momento di cultura?

QUESTIONE DI SCELTE

C’è chi sostiene che parlare di musica sia perfettamente inutile.
Naturalmente la penso in maniera diametralmente opposta, e per fortuna personaggi ben più illustri di me avevano (o hanno) lo stesso parere.
C’è modo e modo di parlare di musica, anzi, direi C’è musica e musica, come era intitolato un programma televisivo ideato e condotto da Luciano Berio negli anni ’70, andato in onda sulla RAI e ora edito in DVD per Feltrinelli: la sfida era quella di ragionare sul fare, pensare e scrivere musica in 12 puntate, passando da Monteverdi ai Beatles, attraverso le voi di moltissime importanti personalità del mondo musicale europeo ed extraeuropeo. Berio è stato certamente uno dei maggiori compositori del secolo scorso e anche, contemporaneamente, uno dei più interessanti divulgatori.
I discorsi sulla musica sono di fatto una forma di traduzione musicale (di questo si parla in una delle sei “lezioni americane” dello stesso Berio, trovate un post del blog dedicato qui), servono da tramite tra il suono e il fruitore, specie quando il suono non è familiare; forse mai come oggi c’è bisogno di questo tramite per avvicinare il pubblico alla musica, portandolo per mano fuori dall’assuefazione di proposte sempre uguali a loro stesse.

Un altro divulgatore magistrale è stato Leonard Bernstein, direttore d’orchestra e compositore dotato di un talento meraviglioso, quello di saper incantare con le parole. L’Università di Harvard è stata anche in questo caso, come per Berio, teatro per le sue Norton Lectures, che sono raccolte in un dvd intitolato  The Unanswered Question: Six Talks at Harvard; anche in questo caso nessun limite di sorta, si spazia dalla letteratura, al cinema, all’arte, con un unico nocciolo centrale: il linguaggio musicale, nell’intento di sviscerarne il senso, di approfondirne certi aspetti, di fornire al pubblico non solo risposte, ma soprattutto domande.
Oggi è proprio questo che spesso manca, la voglia di domandare, di andare a fondo alle cose. Ed è proprio in questo che dovrebbero prendere parola gli esperti, per stimolare la curiosità, l’apprendimento, l’ascolto.

STARE IN EQUILIBRIO

photo: Spencer Imbrock per unsplash.com

Nel mio piccolo, anche io sono un’esperta di musica: ho studiato per anni la musicologia e continuo a farlo; ho la fortuna per il mio lavoro di confrontarmi con produzioni diverse, di lavorare a progetti in cui ho a che fare con musica scritta in vari periodi storici, nei contesti più disparati.
La scelta di avere un blog è data dal fatto che penso che la conoscenza, l’esperienza e il sapere vadano condivisi; bisogna capire con che tono parlare, adeguandosi al mezzo attraverso cui lo si fa.
Non leggerete mai su queste pagine approfondimenti in stile accademico, non fornirò materiale di studio specialistico, ma potrò consigliarvi letture o ascolti che magari apriranno i vostri orizzonti, e sarà comunque un primo passo verso qualcosa di nuovo. Ci si può limitare a questo per dire di conoscere la musica? Decisamente no; potrebbe però trattarsi di un punto di partenza per chi legge.
Mi sento “sminuita” nel parlare di musica in maniera semplice? Assolutamente no, perché mi assicuro tramite uno studio costante e appassionato di essere in grado di saperne parlare anche nello specifico, con i dovuti tecnicismi, quando e dove necessario.

Un esempio su tutti di equilibrio tra “colto” e “non colto” e di utilizzo di un linguaggio adatto al contesto nel quale ci si trova è quello di Alex Ross, critico musicale del New Yorker e autore di libri pluripremiati come “Il resto è rumore” Senti questo” che nel suo blog scrive di tutta la musica che gli passa sotto mano che lui crede valga la pena ascoltare, senza porsi limiti e senza temere di essere giudicato poco serio.
Se vogliamo che la buona musica venga ascoltata e compresa da più persone, in modo che certe proposte  commerciali possano essere affrontate con almeno un po’ di spirito critico, dobbiamo essere noi a spenderci in prima persona per raccontarla, senza temere di perdere l’equilibrio.

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