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UNA QUESTIONE DI APPROVAZIONE

Siamo ormai nel pieno della vita da ufficio, è inutile negarlo [personalmente, sono appena tornata da alcuni giorni in montagna e in realtà sono nel pieno delle tipiche sensazioni contrastanti da rientro!]; chi con gioia, chi con un’ansia incredibile siamo ormai tutti tornati alla routine quotidiana.

Diciamo addio ai party estivi in spiaggia, alle giornate lunghe, all’aperitivo con il sole ancora alto e abituiamoci ai nuovi ritmi cittadini. Personalmente, di questa stagione amo prendere in mano i libretti delle stagioni musicali, spulciare quali appuntamenti non perdere e farmi un’idea di che cosa hanno messo in piedi istituzioni più o meno grandi per creare una nuova offerta.  Sono tanti gli appuntamenti interessanti da segnare in agenda e molta la musica da ascoltare nei mesi invernali; anche musica d’oggi, certo, ma non solo.

Di fronte a certe stagioni, certe programmazioni di festival è quasi emozionante intuire immediatamente il fil rouge che evidentemente hanno seguito gli organizzatori dal punto di vista artistico. E lì, chapeau.
A volte guardo questi calendari e mi chiedo quanto ci abbiano dovuto lavorare, quanti incastri ci siano dietro, quante ore al telefono, ricalcoli del budget e soprattutto quanta voglia di far eseguire proprio quella musica. Viaggi mentali a non finire e tanto, tanto da imparare e chiedere.

Molte altre volte però capita, troppo spesso, che in cartellone si trovino proposte che definire trite e ritrite è un eufemismo. Allora lì ci si chiede? Perché?

 

UNA QUESTIONE DI NUMERI

La storia della musica offre davvero una vastità di opzioni tra cui scegliere.
Guardiamoci indietro, volendo stare stretti ci sono almeno quattro secoli densi di storia.
Senza contare il Cinquecento e senza contare il nostro amato/odiato/sconosciuto ventunesimo secolo.

Quante volte vediamo gli stessi titoli? Quante opere ricorrono immancabilmente un anno sì e l’altro no?
La domanda è: è davvero questo che chiede il pubblico?
Evidentemente in parte sì; l’opera, si sa, ha molto più seguito rispetto alla sinfonica e certi titoli non passano mai di moda. Ma allora dov’è la responsabilità degli organizzatori?
A chi sta, se non (anche) a loro il compito di stimolare gli ascoltatori?

 

PERCHE’ DOVREI?

Perché dovrei uscire di casa di sera, magari una di quelle belle sere d’inverno perfette per divano e copertina (per dirla alla moda, in perfetto stile hygge) per andare ad ascoltare musica che non conosco?

Questa è una buona domanda, che potrebbe farsi chiunque, e forse la pigrizia avrebbe gioco facile.
Bisogna ammettere che non è semplice trovare programmi che seguano un filo logico; di conseguenza spesso abbiamo tra le mani note di sala che ci spiegano poco più di quanto potremmo trovare su Wikipedia. Ma allora, come fare?

La domanda posta poco sopra non dovrebbe mai mancare nella lista di quelle che si pongono gli organizzatori (direttori artistici o che dir si voglia) nello scegliere un programma. Possiamo essere la molla per la strada nuova di qualcuno, fosse anche solo una persona che si interessa a un autore mai ascoltato, o a un periodo storico fino ad allora inesplorato, non ne varrebbe la pena? Io penso proprio di sì.

 

QUALCHE IDEA

photo: isorepublic.com

Strutturare programmi interessanti, che abbiano un filo logico e offrano qualcosa di nuovo non è semplice; un primo passo potrebbe essere quello di confrontarsi.
I musicisti non sono un mondo a parte con cui è impossibile rapportarsi, spiegargli le nostre intenzioni, ragionare insieme su come raggiungere un risultato organico che permetta anche una presentazione sensata del concerto non è una richiesta eccessivamente fuori dalle righe. Il confronto è stimolante e crea risultati sorprendenti.

Se volessimo spingerci più in là e dedicare un intero programma a musica nuova (nel senso di musica dei nostri giorni) o musica particolarmente di nicchia, allora si potrebbe ragionare sul far diventare questo appuntamento un’occasione unica e irripetibile o, al contrario, un appuntamento fisso.
Mi spiego meglio: tutti siamo portati ad affezionarci alle nostre abitudini, perché non far diventare un’abitudine la straordinarietà? Se avete una lunga stagione, potete pensare di dare una cadenza regolare a un numero ristretto di concerti dedicati a una programmazione inusuale: una specie di stagione nella stagione, che magari attrarrà un pubblico nuovo.
Oppure, viceversa, se non volete o non potete azzardare con la programmazione e scegliete di correre il rischio una sola volta rendete questo evento imperdibile: costruite attorno ad esso una comunicazione ad hoc in modo che il pubblico abbia l’impressione di non potersi perdere quell’esperienza eccezionale.

 

E voi, come pubblico, siete pronti ad abbracciare le novità oppure vi tenete sempre ben saldi alle care vecchie abitudini?

 

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